Al via i tavoli di co-design con caregiver e operatori.
Primi incontri sul campo per ascoltare bisogni reali e disegnare insieme strumenti utili alla vita quotidiana.
Care-Home parte dall'ascolto. I tavoli di co-design coinvolgono familiari, operatori sociosanitari, persone con decadimento cognitivo lieve e rappresentanti delle comunità locali. Niente lavagne piene di funzionalità decise altrove: si comincia da quello che le persone vivono ogni giorno.
Negli incontri si raccontano giornate tipo, fatiche invisibili, piccoli gesti che fanno la differenza. Una colazione preparata in autonomia, un messaggio dimenticato, un appuntamento saltato: dettagli che, sommati, descrivono meglio di qualsiasi questionario lo stato di una famiglia che si prende cura.
Da questi racconti nascono i requisiti delle prime soluzioni tecnologiche. Ogni bisogno viene tradotto in scenari concreti, mock-up rapidi e prototipi a bassa fedeltà, costruiti spesso con carta, cartone e Post-it. È un modo per mettere subito qualcosa in mano alle persone e capire se la direzione è giusta.
Il metodo è dichiaratamente iterativo. Ogni prototipo torna ai tavoli, viene messo alla prova, criticato, rivisto. I partner accettano di rallentare quando serve: una soluzione tecnicamente brillante ma rifiutata dalle persone non è una soluzione, è solo un esercizio.
I tavoli sono anche un luogo di formazione reciproca. I clinici imparano dal linguaggio dei caregiver, i progettisti scoprono limiti che da soli non avrebbero immaginato, le famiglie riconoscono di non essere sole. Il co-design diventa così, prima ancora che una tecnica, una pratica di cura condivisa.